11.07.2017

ALBERTO PETRUZZELLA: NEW PRESIDENT OF BANKS ASSOCIATION OF CANTON OF TICINO.

Interviewed by Lino Terlizzi, faithful friend and WTC Association’s conference moderator, in Corriere del Ticino (June 8, 2017). Here are some parts of it.

We'd like to take the opportunity to share and remember Claudio Generali, who died last year. He filled that position from 2008.

Ormai da anni si sentono spesso pareri negativi sulla situazione della piazza bancaria ticinese. Qual è ora il quadro reale a suo parere?

«Una premessa: viviamo in questi anni una vera e propria tempesta perfetta. La situazione congiunturale è ormai da qualche anno molto difficile: non siamo ancora usciti dalla crisi finanziaria post 2008, la crescita economica è anemica, i debiti pubblici in Paesi attorno a noi sono fuori controllo, il cambio con l’euro è andato a ramengo e la Banca nazionale svizzera, per salvare il salvabile, ha visto il suo bilancio esplodere.

(...)Vista la situazione in cui ci troviamo ad operare, non possiamo però essere troppo pessimisti: l’occupazione è calata ma non crollata, le banche guadagnano meno ma restano ben capitalizzate rispetto agli standard internazionali e siamo ben posizionati per poter continuare a giocare anche in futuro un ruolo importante nel settore finanziario».

Le nuove tecnologie applicate alla finanza (fintech) avranno alle nostre latitudini uno sviluppo graduale o veloce e quanto incideranno sulle attività bancarie e sul livello degli organici?

«Domanda da un milione. L’informatica gioca da anni un ruolo rilevante (una banca, oltre che soldi, gestisce soprattutto informazioni) e la tecnologia certamente sarà al cuore di molti cambiamenti all’orizzonte. Avrà certamente un impatto importante nelle funzioni amministrative e di supporto mentre per quanto riguarda la consulenza alla clientela sarà di grande aiuto ma non soppianterà completamente l’uomo.(...) ».

Si è parlato di necessità di maggiore diversificazione delle attività bancarie e finanziarie in Ticino, pur conservando come business principale il private banking. Questa maggiore diversificazione è auspicabile e concretamente possibile?

«Auspicabile certamente, perché mettere tutte le uova in un solo paniere non è mai prudente. (...) ogni banca dovrà trovare la sua strada. Compito non facile perché diversificare (tipo di attività, segmento di clientela, mercato) è un processo non semplice. Non ci sarà spazio per troppi tentativi a vuoto e sarà fondamentale scegliere una via ben precisa ed essere capaci ad arrivare in fondo in tempi ragionevoli».

È stata più volte citata anche l’esigenza di una maggiore diversificazione dei mercati esteri di riferimento, vista la tradizionale prevalenza del mercato italiano per il Ticino. Anche qui, è una diversificazione possibile?

«È possibile ma, di nuovo, complicato. In passato, ad ogni cliente che voleva portare i soldi in Svizzera si applicavano le nostri leggi e le nostre regole. Potevo gestire clienti di 100 nazionalità diverse senza problemi, perché a tutti si applicavano le stesse regole, quelle svizzere. Oggi la situazione è cambiata: se vendo un fondo d’investimento a un cliente, devo fare attenzione a rispettare le regole svizzere ma anche quelle del suo domicilio. Quando gli mando un estratto di deposito, deve contenere le informazioni fiscali rilevanti per il suo Paese di domicilio e ci sono norme differenti, per cui per ogni Paese dovrò produrre documenti diversi. Quindi ogni nuovo investimento deve essere attentamente ponderato».

Parlando ancora di Italia, resta il nodo dell’assenza di un accordo tra Roma e Berna per il pieno accesso al mercato italiano dei servizi finanziari da parte delle banche svizzere. Colloqui e negoziati ci sono da tempo, ma è ancora possibile arrivare in tempi non lunghissimi ad un accordo di questo tipo?

«Sarebbe bello e importante, ma è difficile fare previsioni. La nostra diplomazia si è attivata e le trattative sono in corso. Abbiamo trovato in Berna un partner molto attento alle necessità della piazza finanziaria ticinese e abbiamo collaborato strettamente per cercare di giocare al meglio le nostre carte. Detto questo, la situazione globale è quantomeno ingarbugliata: trattiamo con l’Italia ma alcune questioni sono di rilevanza europea e coinvolgono Bruxelles, c’è inoltre la questione Brexit (non dimentichiamo che Londra è la principale piazza finanziaria europea), che aggiunge incertezza ad una situazione come dicevo già complicata di suo».

In questo contesto, con una piazza finanziaria per molti aspetti appunto in cambiamento, quale ruolo vede in sostanza per l’Associazione bancaria ticinese?

«La piazza sta cambiando pelle e il nostro ruolo è quello di accompagnare il processo di trasformazione. Operare è diventato maledettamente complicato ed è importante tenersi sempre aggiornati. Seguire la politica cantonale, federale ma anche internazionale ci permette di capire quali sono i trend e di adeguarci per tempo. La formazione, sia per le attività correnti che per le nuove iniziative, resta una delle chiavi del successo: il Centro studi bancari continuerà ad essere uno dei pilastri della formazione nei settori bancario, fiduciario e legale. Collaborando con USI e SUPSI e con altre istituzioni formative fuori cantone, dobbiamo garantire che il nostro personale resti all’avanguardia, perché “banking will remain a people business”, cioè restano le persone a fare la differenza».

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